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Vivere da rifugiati e richiedenti asilo a Brescia

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Vivere da rifugiati e richiedenti asilo a Brescia

Testo: CHRISTIAN ELIA
Foto: LIVIO SENIGALLIESI

“Non sarà che lei è solo una vittima  che vende il suo trauma? Mi ha chiesto una biondina di Harvard. Il cui cervello è valutato mezzo milione. In inglese non lo sapevo dire. Si rende conto di avere tutte le ragioni? Nove morti, il sangue che esce dalla membrana del timpano, quel dimenarsi tra i proiettili. Tutto sta nella parola trauma. E questo, si, non sapevo dire in inglese, ho paura, è l’unica cosa che vale tra quelle che ho”.
da Trauma Market, di Adisa Basic

   La stazione di Brescia è l’anticamera del mondo. Una hall gigante dove s’incrociano, sfiorandosi appena, decine di paesi del pianeta, lingue e culture, disagi e speranze. Una polaroid della globalizzazione, disegnata sulla pelle di coloro che la realizzano inconsapevolmente, colorata dalla pelle di quelli che la camminano ogni giorno, andando verso il domani, incerto per tutti.
Per qualcuno, però, il presente è un pezzo di carta, dove spesso il futuro è una data di scadenza. Rifugiati, o richiedenti asilo, è il loro titolo, il nome che la burocrazia e il diritto internazionale gli ha assegnato. Sono persone, vite in fuga, in cerca di un riparo dai pericoli che la situazione del paese dove sono nati ha assegnato loro in una cinica lotteria del destino.
Un problema globale, quello della protezione internazionale, del quale l’Italia è un luogo privilegiato di osservazione, per quella posizione di frontiera tra il benessere e la fame, tra la sicurezza e la paura. In Italia, poi, Brescia è un laboratorio. Se si escludono le grandi città, come Roma, Milano e Napoli, nessun capoluogo di provincia ha una presenza di immigrati pari a quasi il 17 per cento. Tra i tanti migranti economici, però, la situazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo è differente, anche se in molti non lo sanno.
Memoria storica della città, per questo argomento, è Franco Valenti, una vita in Cgil e ora presidente della Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo.

Una lunga storia

   “Negli Anni Settanta, in Germania e in Svizzera, dove lavoravo, hanno saputo accogliere chi aveva bisogno di protezione, al di là della loro provenienza. Esisteva già all’epoca un sistema di accoglienza e protezione che funzionava. Tornando in Italia, dopo la caduta del Muro di Berlino, avevo scoperto che avevamo la ‘riserva geografica’: escludevamo i richiedenti asilo se non provenivano da paesi comunisti. Questo basta a raccontare l’ipocrisia e la pochezza della storia italiana in merito alla tutela di richiedenti asilo e rifugiati. Una scelta tutta politica, più che di impegno umanitario e di rispetto dei diritti universali, che non ha mai prodotto lo sviluppo di competenze, di sistemi integrati e normativi seri ed efficaci. All’inizio degli anni Novanta partiva la Legge Martelli, che aboliva la ‘riserva geografica’, a causa degli sconvolgimenti storici in atto, più che per merito nostro. I primi richiedenti asilo che ho incontrato a Brescia sono stati gli albanesi, dopo il collasso dello stato, e i somali in fuga dal regime di Siad Barre. Per un periodo anche gli eritrei. Tutte e tre le situazioni avevano in comune un passato coloniale italiano niente affatto glorioso. Un passato che ritrovavi nella comunicazione con loro, molti dei quali parlavano italiano. Allo spaesamento della fuga si univa la totale assenza in Italia di una gestione strutturata del loro arrivo, tranne un minimo per gli albanesi. La richiesta, in genere, era di poter andare verso altri paesi. In seguito, dopo il collasso degli stati orientali, cominciarono ad arrivare anche persone di elevato livello culturale e sociale. Ricordo un primario, russo, che chiese di lavorare a Brescia, ma non ci fu verso di fargli ottenere lo status di rifugiato. Andò in Germania, iniziando a lavorare in una clinica di eccellenza. Tutto questo, all’epoca, poteva essere giustificato dal caos, dalla mancanza di organizzazione. Oggi è inaccettabile. Ma non era solo questo. Ricordo i rom in fuga dalla guerra nella ex-Jugoslavia: nessuno ne riconosceva il dramma, facendoli restare sulle discariche, anche a Brescia. Il comune nel 1993 mi chiese di occuparmene, ricordo la fatica per fargli ottenere i documenti. Non si capiva che erano portatori di diritti. Quello che emergeva era la confusione: istituzionale, normativa, organizzativa. E una grande ignoranza delle nostre rappresentanze all’estero, incapaci di tracciare una chiara lettura dei fatti e delle situazioni internazionali".

"Elemento decisivo per dare alle commissioni che decidono delle vite degli esseri umani gli strumenti giusti di analisi per comprendere le situazioni di provenienza. Mancava e manca ancora una presa d’atto delle condizioni dei paesi di origine, motivo per cui tanti richiedenti asilo vengono classificati come potenziali profittatori, come dei bugiardi. Senza un quadro chiaro, senza un sistema razionale, organizzato e informato, capace di agire caso per caso e di capire i motivi della fuga, come possono rifiutare la protezione internazionale? Diventa un caso di coscienza. Basta vedere il tasso delle richieste negate: si fomenta il dubbio che molti di loro mentano. Ed è una situazione assurda, perché l’opinione pubblica si basa su quei numeri e si fa un’idea di profittatori a caccia di sussidi, senza che l’analisi seria dei contesti di provenienza renda la drammaticità dei motivi della fuga. L’Italia non è mai stata capace di darsi strumenti normativi per applicare quelle tutele internazionali alle quali aderisce. Se non fosse intervenuta l’Europa a porre standard minimi di accoglienza, saremmo ancora all’età della pietra. In Germania ci sono tribunali amministrativi che hanno accolto la richiesta di richiedenti asilo transitati dall’Italia, riconoscendo che il nostro non è un paese sicuro per loro. Questo è uno schiaffo che dovrebbe farci riflettere. Almeno quanto le notizie dei ghetti delle grandi città. Gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono un esempio positivo, nella direzione giusta, ma resta un’adesione su base volontaristica, in un sistema talmente precario che non garantisce ancora le basi per una seria politica italiana di accoglienza. Manca la componente politica, che agisca sulla educazione dell’opinione pubblica, che coinvolga tutte le realtà interessate, manca una capacità impositiva del governo che possa creare un sistema Italia di gestione dei richiedenti asilo. Brescia, in materia, è un caso particolare. Non parliamo di una porta di entrata nel paese. Qui arriva chi è già passato da altre parti. Solo che questo territorio ha una potenzialità, o aveva, di assorbimento lavorativo che ne faceva una meta comune. Era più che prevedibile che si sarebbe creato un movimento di richiedenti asilo. Lo Sprar è un passo nella direzione giusta, ma quelli che restano fuori? Finiscono in un circuito di disagio, di emarginazione, che non è accettabile. Mancano le risorse sufficienti per rispondere in modo orizzontale ai bisogni di queste persone. Un processo è stato iniziato: accoglienza, sostegno, inserimento nel mondo del lavoro. Solo che da una parte il territorio di Brescia ha risposto al di sotto delle attese, dall’altra quel progetto è stato bruscamente interrotto nel 2008, dal cambio di amministrazione in città. Abbiamo perso cinque anni. Le realtà sul territorio non hanno smesso di lavorare e sono quelle dalle quali ripartire, ma le istituzioni debbono metterci la faccia. Sono le istituzioni che devono prendere in carico le situazioni, rispondendone e prendendosene la responsabilità. Tutti coloro che restano fuori da questi circuiti, creano una percezione negativa nella gente comune, che non viene adeguatamente informata sugli obblighi internazionali dell’Italia. Una china difficile poi da risalire. Per anni si è inseguita la retorica di una determinata area politica rispetto alla presenza di stranieri in Italia, ma se uno Stato diventa ostaggio di un gruppo politico, cessa di espletare la sua funzione”.

Le istituzioni

   La Prefettura di Brescia è una delle più belle d’Italia. La casa dello Stato, in città, è coinvolta in prima linea rispetto alla questione rifugiati. Il viceprefetto, dottor Salvatore Rosario Pasquariello, racconta: “All’apice della Emergenza Nord Africa (Ena), nel 2011, avevamo più di 400 persone da gestire. Adesso ne sono rimaste otto, quelle più vulnerabili, sistemate in una casa famiglia qui a Brescia. A dicembre 2012 è cessata la competenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 1 gennaio 2013 la competenza è stata trasferita a tutte le Prefetture, con fondi del ministero dell’ Interno. Con un tavolo settimanale di confronto con gli operatori, ci siamo occupati della gestione delle duecento persone che restavano. Lentamente abbiamo dato vita a percorsi di uscita, con l’aiuto di realtà del privato sociale locale, facendo quel che potevamo, appoggiandoci ad alcune strutture alberghiere. Abbiamo creato un dialogo: verso la fine del 2013 si dava un bonus di circa 500 euro, per un incentivo a iniziare una nuova vita, in attuazione delle direttive ministeriali che prevedevano un percorso di autonomia. Salvo le persone vulnerabili, per le quali si aspetta un inserimento dello Sprar. A settembre si è unito a noi il dottor Sebastiano Cento, che ha preso in carico lo Sportello Unico Immigrazione, con il quale si è deciso di istituzionalizzare questo tavolo, passando dall’Ena a una realtà stabile per i richiedenti asilo, incardinata nel Consiglio Territoriale per l’Immigrazione. Con questo strumento ci prepariamo ad affrontare quei 43mila arrivi su tutto il territorio nazionale nel 2013 dei quali si parla nella circolare del ministero dell’Interno, inviataci a metà gennaio di quest’anno. In tutto, sono più o meno cento i posti previsti per Brescia, che possono arrivare a 130. Numero approvato a fine gennaio 2014.
Sono stati rimossi gli alberghi, anche se si sono dati tanto da fare. Non è il loro mestiere, perché all’accoglienza va accompagnata la mediazione linguistica e culturale: e loro non ne hanno gli strumenti. Inoltre, le previsioni di spesa per loro, non erano chiarissime rispetto ai circa 45 euro, poi diventati 35, che ricevevano al giorno per ogni rifugiato. Ci stiamo lavorando con il tavolo, per non trovarci impreparati, chiedendo la disponibilità ai comuni del territorio, in collaborazione con l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)”.
“Il lavoro della Prefettura non è facile. Un enorme carico di lavoro pende sulla struttura, che nell’ultimo anno e mezzo si è data da fare per smaltire una mole enorme di pratiche, molte delle quali erano rimaste in arretrato”, spiega il dottor Cento. “Burocrazia fitta, numeri consistenti. Per i rifugiati no: arrivano qui, richiedono asilo, e vengono ascoltati a Milano. Qui ricevono accoglienza e assistenza, la burocrazia è competenza delle commissioni territoriali e delle questure, per fortuna. Sarebbe impossibile”.
Rispetto alla gestione dell’Ena, quali sono state le criticità? Si poteva fare meglio? O almeno fare meglio in futuro?
“Le criticità più grandi le abbiamo riscontrate nelle strutture che, benché attrezzate, hanno dovuto accogliere tante persone”, spiega il dottor Pasquariello. “Allo stesso tempo, abbiamo riscontrato che piccole strutture, diffuse e radicate sul territorio, riuscivano meglio a gestire la situazione. Ecco che lo scarso numero di comuni che si sono lasciati coinvolgere in passato è stato di sicuro un elemento problematico. Mi auguro che questo elemento cambi per il futuro. Francamente, per quello che è accaduto, io posso ritenermi soddisfatto. Si può fare meglio, si deve fare meglio, ma la partecipazione dei soggetti coinvolti al tavolo di dialogo, secondo me, ha innescato un meccanismo virtuoso di confronto sui problemi e sulle possibili soluzioni. Si è creata una rete di rapporti, anche personali, che ha potuto produrre proposte e idee. Ripeto, il passo successivo è l’allargamento dell’adesione dei comuni, per rendere questa rete sempre più vasta e solida. Il tavolo è una risposta che le istituzioni danno, perché renderlo stabile è stato proprio un passo verso le richieste delle realtà coinvolte. Va pensato un sistema che mentre la Questura riceve la richiesta, in attesa della Commissione, possa dare una prima accoglienza. Però alcuni restano fuori. Ci sono fondi del ministero dell’Interno utilizzati per progetti che daranno risposte al problema grazie anche all’impegno dello Stato”.

Aggiunge il dottor Cento: “Difficile gestire: in alcuni di loro c’è un progetto personale di andare via, mentre un altro elemento è il territorio, che oggi non ha più il lavoro di prima, causa crisi. Prima funzionava. Tre progetti per i rifugiati, presentati da associazioni del privato sociale a Brescia, sono stati approvati. Questo è quello che possiamo fare. Il Fondo Europeo per i Rifugiati e quello Europeo per l’Integrazione, vanno utilizzati, grazia alla progettualità locale. Si ascolta il territorio, si ascoltano le realtà coinvolte, ma ci vuole tempo e la situazione generale deve migliorare. Ci stiamo lavorando”.

Pensare, e praticare, soluzioni

   Uno dei progetti del quale parlano in Prefettura è la Ciclofficina Mondo, della cooperativa Gekakè, gestita da rifugiati giunti a Brescia durante l’Ena, nata da un progetto dell’associazione Ambasciata della Democrazia Locale (Adl) a Zavidovici, con fondi Ue e del governo italiano.
In Via Marsala, nel centro di Brescia. Le parole lasciano spazio alla realtà, riflessa in due vetrine che sembrano uno specchio dei desideri. Tre ragazzi, impegnati a lavorare su due bici in riparazione; alle pareti le bici in vendita, nuove fiammanti e usate. Catene, freni, luci, telai. Un odore di nuovo, di lavoro, una meccanica dei sogni. Ibrahim è il responsabile del progetto.
“Vengo dal Mali, dove ho lasciato due figli e tutta la mia famiglia. Sono arrivato a maggio 2011, a Lampedusa, venivo dalla Libia. Stavo bene, facevo il carpentiere per una società di costruzioni. Tutta la Libia era un grande cantiere, un lavoro dopo l’altro. Non mi lamentavo: tanta fatica, ma mi pagavano, progettavo di tornare a casa. Nessuno di noi poteva immaginare quello che sarebbe accaduto. Tutto, di colpo, è come esploso. La guerra, la violenza. A un certo punto il nostro capo ci ha chiamati tutti e, questo voglio dirlo, perché gli sono grato, ha pagato a tutti l’ultimo stipendio. Poi ci ha detto buona fortuna, è scoppiata la guerra, ognuno provi a cavarsela come può, il cantiere chiude. Ho sperato di poter tornare a casa, ma ho trovato un check-point, mi hanno fermato e portato a Zuwara, dove ci hanno sbattuto su un barcone. Non sapevamo neanche dove fosse diretto. Qualcuno ha capito, hanno cominciato a parlare di Italia. Un viaggio da incubo, centinaia di persone. Dopo un paio di giorni a Lampedusa, siamo finiti a Taranto, poi a Monte Campione. Che sensazione assurda…non avevo mai visto un posto così, le montagne, gli animali al pascolo. Ma ho tenuto duro, mi sono impegnato e oggi, con i miei due amici, con cui divido anche una casa in affitto, ho avuto questa possibilità. Voglio imparare ancora meglio l’italiano, lavorare sodo. Perché mi sento fortunato rispetto a tanti altri, che hanno vissuto la mia stessa esperienza e che sono senza casa e lavoro. Mi spiace tanto per loro, io spero che gli affari vadano così bene che si possa assumerli tutti nella cooperativa. Lo spero davvero”.
Agostino Zanotti, con la realtà di Adl-Zavidovici, è il motore di questa iniziativa. Nel nome dell’accoglienza diffusa, partecipata, progettuale.
“L’Adl ha deciso nel 2002 di occuparsi di rifugiati. In continuità con il lavoro che l’aveva caratterizzata fin dai tempi dell’accoglienza dei profughi in fuga dalla ex-Jugoslavia. Avevamo già lavorato negli Anni Novanta su un sistema di accoglienza decentrata, perché molti comuni della provincia di Brescia avevano accolto persone in fuga dalla guerra. Abbiamo iniziato con un progetto nella rete Consorzio Italiano di Solidarietà – ICS per le vittime di tortura, formandoci con quella esperienza al tema richiedenti asilo e rifugiati. Prima con il Comune di Brescia abbiamo dato vita a un progetto di accoglienza, anche perché allora c’era solo il Piano Nazionale Asilo. Poi è diventato un progetto Sprar, interrotto al cambio di amministrazione, nel 2008. Solo che il fenomeno non spariva, anzi. Ci siamo rivolti a comuni del circondario, dando vita allo Sprar di Cellatica che comprendeva Cellatica, Roncadelle e Castagnato. Non volevamo, con la nostra iniziativa, rendere invisibili i rifugiati alla città di Brescia, anzi ci attivammo per la funzionalità di una serie di appartamenti nel capoluogo, anche se l’amministrazione non era presente nella rete dello Sprar. Volevamo dimostrare all’amministrazione di centro-destra di Brescia in quegli anni che si poteva lavorare sull’accoglienza e sul rispetto delle persone. Ma non c’è stato alcun dialogo, fino alla situazione assurda dell’Ena: nella città di Brescia sono stati accolti circa 160 profughi dal Nord Africa, in vari alberghi, ma il Comune non ha saputo gestire in modo intelligente i fondi che vennero stanziati nel 2011, fondi attraverso i quali avrebbe potuto rinnovare i centri di prima accoglienza, creare una rete adeguata, una rete di servizi territoriali, senza spendere un soldo delle casse comunali. Un’occasione persa, perché si poteva lavorare oltre l’emergenza, con un importo economico attorno ai 4 milioni di euro. Soldi che sono andati tutti ai privati.
L’Adl ha presentato un progetto, siamo entrati nell’Ena, spingendo le linee guida Sprar, ma è stata un’esperienza per noi davvero negativa, sotto diversi aspetti. L’Ena ha creato un sistema a doppio binario: da un lato i rifugiati inseriti nel sistema Sprar, un circuito virtuoso, con contratti di lavoro e progettualità, dall’altro l’Ena, che per come era stato pensato creava solo assistenzialismo, con persone bloccate in luoghi senza alcuna prospettiva, non seguite, abbandonate negli alberghi, con costi elevatissimi. Un meccanismo, quello dell’emergenza, che equiparava il profugo a un strumento di profitto. Anche per noi l’Ena ha generato avanzi economici, perché in quella situazione saltano tutti i meccanismi del controllo diretto. Le nostre risorse sono state utilizzate per altre emergenze, ma il sistema Ena ha costretto le persone provenienti dalla Libia, inserite in un percorso di richiedenti asilo, a documentare davanti alla Commissione territoriale competente situazioni che magari oramai aveva abbandonato da anni. Alcuni avevano lasciato il paese di origine da tempo, dovevano recuperare una storia vecchia di anni e a molti di loro questo ha causato il diniego. E il permesso umanitario è arrivato molto in ritardo, dopo che per tanto tempo queste persone erano state bloccate”. Spiega Zanotti. Che disegna un quadro generale in bianco e nero.
“Manca in Italia un sistema dell’asilo. Ci sono meccanismi che tentano di risolvere alcune situazioni, diversi da un sistema integrato, sia pratico che politico. Prima di tutto bisogna produrre una legge quadro sul diritto d’asilo, che lo regolamenti e lo finanzi in modo stabile, dal primo sbarco al progetto di accoglienza sul territorio. Un sistema funzionante è quello che riesce a mettere in rete i vari attori istituzionali interessati dal problema, in modo da creare reali strumenti d’autonomia per aiutare queste persone. Anche l’Anci dovrebbe collaborare di più, coinvolgendo i comuni per elaborare un sistema locale di accoglienza, svincolato dai singoli umori magari elettorali: un aspetto sarebbe l’obbligatorietà del sistema di accoglienza, ma senza che passi il messaggio sbagliato, la coercizione. Piuttosto che l’obbligatorietà del singolo comune si punta all’obbligatorietà per i distretti, in modo che ci sia un sistema, senza comuni isolati ma una rete di tavoli territoriali.
Non basta solo questo, perché se per la casa qualcosa si riesce a fare, c’è anche la richiesta di lavoro da parte dei beneficiari. E adesso trovare lavoro è durissima. Ecco che Dublino II, che blocca i richiedenti asilo nel paese di arrivo, andrebbe superato. Perché si potrebbe lavorare a un sistema di inserimento lavorativo europeo, altrimenti diventa difficile. Le strutture dello Stato, solo nell’ultimo anno, come la Prefettura e il Comune, si sono adeguatamente impegnate sul tema dei rifugiati. Per anni il problema non è stato compreso, è stato ignorato. Ancora oggi un rifugiato, in un ufficio pubblico, trova grandi problemi nel far valere i suoi diritti. Nell’opinione pubblica il migrante e il rifugiato vengono raccontati allo stesso modo, come predatori di risorse, elementi di disordine pubblico. Anni di una comunicazione negativa verso gli immigrati ha prodotto paura e incomprensione, senza mai chiarire che molti di loro sono portatori di un diritto, ai quali l’Italia è tenuta a dare protezione. Non a caso l’Europa, per questo, ci ha condannato spesso. D’altronde il rifugiato corrisponde a un rimosso collettivo: spesso il cittadino non si rende conto che nel proprio agire c’è anche un grado di responsabilità nell’arrivo di queste persone. In fuga da guerre, dittature, persecuzioni, provenienti magari da regioni di grande importanze strategica, magari a livello energetico, sono gli ‘effetti collaterali’ di politiche capitalistiche delle quali siamo parte. Non li guardo, non li voglio vedere, perché se li vedo dovrei interrogarmi sulla qualità della mia vita e sui costi umani che comporta altrove. L’accoglienza non è assistenzialismo”.
Rispetto alla risposta della città, Zanotti traccia un bilancio interlocutorio: “Negli ultimi anni devo dire che è buona. Noi usiamo le borse lavoro: strumenti simili ai tirocini formativi, che permettono all’azienda di avere una persona senza costi aggiuntivi da formare per tre mesi, a cicli che possono raggiungere un anno. In questo modo si ottiene un doppio risultato: l’imprenditore non corre rischi e le persone possono iniziare a costruire un percorso di reale autonomia. E’ normale che adesso la situazione è difficile, a cominciare dalle agenzie di lavoro, che sono in grande difficoltà. Al beneficiario va dato supporto, ma anche consapevolezza. Spiegarlo a queste persone, in fuga da guerre e carestie, a volte è difficile. Esiste una sorta di immaginario dorato legato alla situazione di arrivo, che in questo momento è molto lontano dalla realtà. La famiglia di origine preme, chiede, fa pressione. Alcuni cedono. Brescia, come città, potrebbe comunque fare molto di più, anche se il giudizio non è negativo. Su questo territorio esiste una forte pressione, resa ancora più aspra dalla enorme burocratizzazione dei processi, che genera stress e tensione. Il permesso umanitario, in questo quadro, non aiuta, aumentando la precarietà e la confusione. E’ stato uno strumento abusato, che l’Europa non riconosce, che non risolve i problemi. In questo senso, per noi, la ciclofficina è un tentativo di fare un salto di qualità. La vicinanza ci ha insegnato le potenzialità di queste persone, che vanno ascoltate singolarmente, per coglierne e sostenerne le competenze. Si tenta di lavorare a percorsi imprenditoriali, collettivi e partecipati, e in questo senso lo strumento della cooperativa è stato capito anche dai beneficiari. Che a loro volta, giorno per giorno, devono confermarsi in un percorso di affidabilità, di responsabilizzazione. Con i ragazzi della ciclofficina è accaduto questo: si tratta del risultato finale di un percorso fatto assieme, tra consapevolezza del diritto e senso del dovere. Ma la parola chiave è complessità: non ci sono ricette garantite. Non mi sento di condannare chi fa scelte differenti, perché il disagio porta alla disperazione. Il problema non è loro, ma di una società che crea marginalità, nell’indifferenza. Auspico che anche queste situazioni di lotta e protesta generino un percorso virtuoso, di crescita collettiva, con risposte pragmatiche ai bisogni reali, nella legalità”.

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   E per qualcuno la vita cambia davvero. Peter arriva anticipato da un sorriso e da un caschetto di treccine, una calamita di simpatia.

“Sono un apprendista pizzaiolo! Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, mi alleno anche a casa, ci tengo a fare bene! E’ difficile, ma lo è per tutti. Vivo a Breno, la mia passione è la musica: costruire gli strumenti, suonarli, insegnare ai ragazzini nelle scuole a seguire le storie che racconto, le storie della mia tradizione, accompagnandole con musica e teatro, con il ballo e il senso del ritmo. Insegnare è la cosa che amo di più, ma mi do da fare, per essere indipendente e badare a me stesso e alla mia famiglia, che è ancora in Kenya. Collaboro anche con un negozio di borse, dove porto le mie creazioni, che faccio a mano. Ho 25 anni, ma mi hanno sbagliato la data sui documenti e risulto più vecchio, mi servono i soldi anche per i documenti corretti dal Kenya. Sono cresciuto per strada: mia madre è andata via quando ero piccolo, mio padre faceva il camionista. Da quando ho 15 anni sono in giro, cavandomela da solo. Sono stato in Canada, in Grecia, sulle navi da crociera. Ho fatto di tutto, accompagnato sempre dalla passione per la musica e per gli strumenti musicali. In Kenya, però, non posso tornare. La mia famiglia è finita nel mirino dei Mungiki, un’organizzazione criminale del mio paese. Loro sono sempre convinti che ci siano soldi da estorcere, ricattando e minacciando. Se torno passo un guaio. Quando sono arrivato in Italia sapevo solo scrivere il mio nome. Sono partito con quel che avevo, neanche un ricambio di pantaloni. Giunto a Roma dormivo sui treni, non capivo nulla, mi sentivo invisibile. Prendevo un treno, ogni tanto, ma non sapevo neanche dove arrivavo. Fino a quando sono arrivato a Milano e ho trovato un connazionale che mi ha dato una mano, portandomi a Vercelli, dove ho conosciuto un uomo. Non ricordo il suo nome, mi spiace tanto. Vorrei rivederlo, ringraziarlo. Lui ha cambiato la mia vita. Mi ha parlato di Casa Giona, a Breno. Il corso di italiano, la scuola. Dopo un anno, quando la Commissione di Milano ha accolto la mia richiesta, ho iniziato la mia nuova vita. Ho una compagna, sono felice, anche se qui ho dovuto capire tante cose del vostro modo di vivere. Ho imparato che devi fare bene le cose, farle in fretta. Certo Breno è diverso da Nairobi, dove tutti vivono per strada, ma sto bene, anche se voi non avete mai tempo. I razzisti esistono, certo, ma è solo un problema di educazione. Intorno a me incontro tanti che sono come ero io: stanchi, disperati, in fuga. Qualcuno lo ricordo con la Bibbia, e l’ho ritrovato alcolizzato. Tentano di lasciare l’Italia, ma li rimandano qui, sempre più spenti. Dovrebbero lasciare libera la gente di viaggiare, di cercare la pace. Lo avete fatto anche voi, no? Perché pretendete che noi, che veniamo da paesi a cui hanno tolto tutto, non possiamo farlo?”.


   A Breno, per i rifugiati, si è creato un percorso di lavoro tra Casa Giona e la cooperativa sociale K-Pax Onlus. Marco Zanetta, da anni, si occupa dei rifugiati.
“Il progetto Sprar a Breno è nato nel 2004, quando ancora la coop K-Pax non esisteva. C’era e c’è ancora il progetto Casa Giona, una struttura di accoglienza gestita dalla parrocchia di San Salvatore. Nato nel 2004, quando ero responsabile dei progetti e operatore a Casa Giona, il Comune di Brescia ci ha chiesto di provare ad attivare un progetto finalizzato all’inserimento di due rifugiati. Siamo stati il primo centro, il primo braccio operativo del Comune di Brescia. Era nato lo sportello Richiedenti Asilo e Rifugiati, furono loro a contattarci. I due ragazzi del Niger dell’epoca sono ancora a Breno, inseriti e con una vita felice. Tutto è iniziato così. Nel 2004 è uscito il bando Sprar del fondo 8 per mille: il Comune di Breno e quello di Brescia ci hanno spinto a partecipare e lo abbiamo vinto e vennero attivati 16 posti, poi 20. Un percorso di prima accoglienza, osservazione, tutela e conoscenza, in comunità alloggio, con operatori presenti tutto il giorno. Poi negli appartamenti seconda accoglienza, che si sono estesi, e abbiamo costituito la cooperativa nel 2008, con i 30mila sbarchi di quell’anno. Ampliammo di dieci posti. Da allora lo Sprar di Breno è cresciuto costantemente, con i due enti gestori che lavorano assieme. Nell’Ena abbiamo lavorato nell’emergenza a Montecampione e dintorni, fino a 25 persone, lavorando intensamente con dodici comuni della Val Camonica, per dare 4-5 richiedenti asilo per comune. L’obiettivo era l’accoglienza diffusa, una rete con altre realtà come la nostra. Parliamo di persone abbandonate a quasi duemila metri, bisognava accoglierli con elevati standard di qualità, non in albergo. E’ stata un’opportunità di coinvolgimento di territori che mai avevano accolto richiedenti asilo. Adesso questi comuni sono partner dello Sprar. Questo è stato il percorso di crescita. Abbiamo ora 35 posti ordinari e 5 per il disagio mentale in Val Camonica. Cento posti complessivi sullo Sprar in tutto il territorio. Dobbiamo lavorare per mettere in campo il sistema pre-Sprar, come si chiede ai comuni dall’ultima circolare del ministero. Anche per i rimpatri da Dublino II. L’idea è quella di sviluppare in primo luogo con la Prefettura, come è stato sperimentato a Trieste, una prima accoglienza di emergenza, per non lasciare i richiedenti asilo sulla strada o sui treni in attesa di entrare nel percorso Sprar. Un sistema attivabile in 24 ore, con tutela legale, accoglienza con standard elevati. Questo è l’orizzonte da replicare nelle province e nelle regioni. Prima accoglienza, poi seconda accoglienza affidata agli Sprar”.
Un sistema che sarebbe più forte se le realtà italiane fossero in rete, condividendo pratiche e informazioni.
“Esistono reti, come Europa Asilo, di gestori da Trieste fino a Cosenza. Siamo in rete anche con altri, ma dopo Ena ci sono nuovi soggetti e nuovi gestori, tutti da verificare. Un coordinamento regionale è il primo passo per una rete di nodi regionali. Un’antenna sul territorio, in rete. Con un confronto nazionale. La rete Sprar ha oltre 400 tra comuni, enti e progetti: difficile tenerli assieme. Bisogna valutare il 2013, poi si vedrà, ma si deve andare verso un sistema decentrato regionale dell’accoglienza, da mettere poi in rete nazionale. La realtà della Lombardia è diversa dal Molise, quindi bisogna essere in grado di adattare le situazioni. Di sicuro vanno superate la macro-strutture: migliaia di persone parcheggiate nei CARA creano una situazione davvero dannosa per i richiedenti asilo. Noi vogliamo superare le grandi strutture, fino ad abolire i CARA, lavorando su una rete capillare sul territorio. Chi arriva, dopo 15-20 giorni necessari all’ identificazione, alla prima accoglienza e a uno screening sanitario, deve essere poi trasferito agli Sprar. Nel 2013 si è provato con i comuni che hanno aderito, con un ponte aereo da Lampedusa. Lavorare in emergenza, però, comporta sempre costi elevatissimi. Ena lo ha insegnato, si sperpera il denaro pubblico. Un sistema integrato, con posti di accoglienza ordinari e straordinari, aiuta anche a non sprecare. Il nuovo progetto lo prevede: oltre ai posti ordinari, i comuni aderenti devono prevedere almeno il 30 percento di posti straordinari attivabili in pochi giorni. Per evitare situazioni come quella di Augusta, in Sicilia, dove migliaia di persone son rimaste a bivaccare al porto o in strutture private che ci speculano. Bisogna avere strutture pronte per eventuali afflussi particolari. Con posti speciali per disabili, minori non accompagnati e tutte le altre categorie vulnerabili. Questo potrebbe funzionare, almeno fino a 20mila posti”.

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Ma quale è stato alla fine l’errore della gestione di Ena? Secondo Zanetta ”rispetto a Ena il primo errore è stato quello di affidare la gestione dell’emergenza alla Protezione Civile, con dei costi pro capite e pro die elevati, fuori misura rispetto agli standard Sprar. Ci poteva stare una soluzione temporanea, magari un campo, ma hanno affidato l’accoglienza, il trasporto e l’affido a strutture alberghiere con standard minimi. E’ stato un disastro, c’era un sistema Sprar che funzionava, ma è stato ignorato. Hanno preferito aumentare l’accisa sulla benzina, aumentando il conflitto sociale, per trovare le risorse da spendere. L’accisa è rimasta, per fare cassa, ma senza che confluiscano nei progetti. Sarebbe interessante sapere quanti posti di lavoro genera il sistema Sprar, perché si parla sempre in senso negativo di certi problemi. Invece creano anche lavoro, al netto del controllo per garantire standard elevati per i lavoratori del settore e per i beneficiari. Adesso è dura, il conflitto sociale è forte, a Brescia come in Italia, come in Europa. Quando c’è una crisi, gli ultimi sono i primi a pagare, nonostante la protezione internazionale sia un diritto e un dovere. Non aiuta anche l’informazione manipolata, che equipara le situazioni, tra i migranti economici e i profughi. La domanda di asilo è oggetto di attacchi di campagne politiche delle destre, e la prossima campagna elettorale nei comuni sarà una guerra contro l’accoglienza, mettendo tutti nello stesso calderone. E il conflitto si acuirà ancora di più, ad hoc. E’ difficile sperare in un miglioramento, ma bisogna ricominciare a lavorare nei quartieri, dalle scuole, dall’inizio insomma, per lavorare sul futuro su questo tema. Coinvolgendo la popolazione adulta, perché son loro che educano i figli più della scuola. Anche perché la crisi economica rende le persone più aggressive, più autoreferenziali”.

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Un metodo di lavoro, una progettualità. Ma molti ne restano esclusi e ci son reazioni di insoddisfazione e rabbia, tra i rifugiati. Che magari occupano uno stabile abbandonato per avere un tetto.
“A Brescia si parla di realtà di un certo tipo, anche per dimensioni, ma a Napoli, Roma, Milano la situazione di disagio è grave. Le occupazioni sono la naturale conseguenza di un mancato sistema di accoglienza. E se non si supera Dublino II, questa situazione potrà solo peggiorare, con sempre più persone costrette a vivere di espedienti. A Torino hanno occupato le case delle Olimpiadi del 2006, dove il Comune riconoscerà la residenza degli occupanti, in gran parte richiedenti asilo e rifugiati. E’ un’idea: percorsi di co-housing e housing sociale, organizzato, con assegnazione di alloggi, è una strada sulla quale lavorare. I patrimoni immobiliari dei comuni sono onerosi e affidati ad agenzie regionali che non sempre lo gestiscono bene. Immobili abbandonati, per mancanza delle risorse per ristrutturarli. I comuni devono capire che è un’opportunità, per non far speculare il privato, con un progetto di ristrutturazione su più anni, un circuito virtuoso, investi su te stesso”.

Via San Bartolomeo, a Brescia, è una grande arteria che taglia la città. Trafficata, viva. Spunta tra i palazzi l’Eurolavaggio – Doctor Car Wash, di Stefano Chiesa. Una struttura all’avanguardia, altamente automatizzata, accogliente e scintillante. Chiesa è uno di quegli imprenditori che ha dato una mano a realtà come K-Pax e Adl, che alla fine di un percorso di accoglienza e formazione hanno bisogno di opportunità lavorative per i rifugiati, per renderli indipendenti.
“Sono ragazzi che si danno da fare, questo mi interessa. Il resto non conta. Se a qualcuno non va bene, non posso farci nulla. Trovo spesso persone viziate, loro lavorano tanto. Certo, magari devo spiegare, e rispiegare, non tutti vanno bene. Ma quella è la vita, il lavoro. Mi fa piacere dare una mano. I problemi di questo paese sono ben altri, se non fossi soffocato dallo Stato ne aprirei altri di autolavaggi, ma tra tasse e burocrazia è impossibile. Il momento è davvero duro”, spiega Chiesa, con fare energico. Un’altra azienda che si è prestata, anche in passato, all’inserimento delle borse lavoro è la Oil-Cilindro. Padre e figlio, azienda familiare. Un capannone che lavora, tute blu, che rendono uguali operai neri e bianchi, fianco a fianco. “Prima avevamo commesse che ci permettevano di programmare il lavoro per un sei mesi, ora ci muoviamo di mese in mese. Ma non molliamo”, spiega il titolare. “Noi ci troviamo bene, alcuni di loro ci sono da anni. Questo è un lavoro difficile, bisogna stare attenti, ci si può fare anche male. Tra i ragazzi italiani e stranieri non ho mai avuto problemi, certo, ci sono differenze, ma lavorare gomito a gomito mette tutti sulla stessa barca. Adesso si fa fatica, qualcuno mi ha anche detto di dar lavoro agli italiani, ma che c’entra, una persona è una persona”.

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Gli attori sociali: Comune e sindacato   

Assieme alle realtà produttive, il nodo chiave di questo lavoro sul territorio è quello della partecipazione degli enti locali. Il Settore Servizi Sociali e Politiche per la Famiglia del Comune di Brescia è affidato alla dottoressa Maria Rosaria Marrese, con le collaboratrici Daniela Consiglio e Ilaria Saurgnani. I rifugiati fanno capo a questa struttura. Lo Sportello Richiedenti Asilo del Comune è strutturato in due servizi: lo sportello informativo di via Saffi e quello di Piazzale Repubblica. Il 29 gennaio 2014, il ministero dell’Interno ha accolto la richiesta del Comune di Brescia di accesso al Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo.
“Hanno approvato il progetto ‘Brescia, articolo 2’, non conosciamo ancora l’importo, redatto con Adl, K-Pax e la cooperativa Tempo Libero che gestisce via Saffi e Psicologi nel Mondo, un’organizzazione composta da volontari, che gratuitamente offrono il loro supporto per i richiedenti asilo e i rifugiati”, spiega la dottoressa Marrese.
“La problematica principale è quella del coordinamento con le altre istituzioni. A questo proposito con le visite mediche gratuite, abbiamo attivato una collaborazione con le strutture sanitarie locali, Spedali Civili, per accertamenti legali in caso di denuncia di torture, in modo da documentarle. Nel triennio del progetto sarà importante la collaborazione con le Asl e la collaborazione con l’Azienda Ospedaliera per il dipartimento di Salute Mentale, per le situazioni di criticità, ma ci stiamo lavorando. Brescia torna nella rete Sprar, con trenta posti ordinari, che possono arrivare fino a 40 in emergenza. Per un totale di 100 posti locali. Non facciamo accoglienza, lo Sprar ci permetterà di farlo, con venti segnalazioni dalla rete nazionale e dieci proposti da noi. Abbiamo lavorato bene con la prefettura, per Ena, aprendo una collaborazione molto positiva. I problemi ci sono, ma almeno c’è un luogo dove affrontarli con il terzo settore e tutti gli altri attori. Ci volevano più strutture, non c’erano, si è dovuti ricorrere al privato. Questa amministrazione ha deciso di cambiare le cose rispetto alla precedente, riattivando lo Sprar, anche se lo sportello di via Saffi è stato mantenuto attivo. Considerato l’impatto che questi numeri hanno su un territorio come Brescia, occorrerebbe un coinvolgimento diverso, maggiore, di tutti i comuni della provincia. Non sono sufficienti questi posti, al netto di una capacità di risposta, serve maggiore volontà del territorio. Il momento è difficile, anche per tante famiglie italiane. Alle difficoltà enormi delle istituzioni a dare risposte concrete a tutti in questa crisi sistemica, si aggiunge anche questa problematica”.
Per la dottoressa Consiglio “i comuni che ci sono nello Sprar sono piccoli, a loro va riconosciuta la volontà di darsi da fare. Mi interessa, in questo mondo, l’autodeterminazione delle persone. Ena, nel 2011, non l’ho seguita, ma anche con gli ultimi tragici sbarchi mi pare necessario considerare cosa vogliono davvero fare queste persone. L’aspetto europeo, Dublino II, va ripensato. Anche se come numeri l’Italia non è ai primi posti in Europa come accoglienza: i motivi sono anche storici, ma a noi crea difficoltà l’immigrazione massiccia alla quale l’Italia non era abituata. Anche se sono passati venti anni. Non può essere più sorpresa, non può essere sempre emergenza. E anche se ne accogliamo pochi, non possiamo fermare le persone che vorrebbero andare altrove”.
Concorda anche al dottoressa Saurgnani: “Questo sistema di Dublino II vincola troppo le persone. Sono qui, ma sono irregolari altrove, dove magari lavorano in nero, di nascosto. La precedente amministrazione si era tenuta fuori da Ena, l’esperienza positiva è quella di Breno e dell’accoglienza diffusa. Brescia e provincia sono 201 comuni, senza arrivare a imporlo, se partecipassero più realtà si potrebbero fare progetti, che si possono seguire bene, piccoli progetti, con il numero giusto di operatori. Per fare un vero percorso di autonomia. Concentrare masse, anche in zone come Brescia, con la sua vocazione industriale, non funziona. Noi dovremo trovare casa e lavoro per novanta persone. E’ dura. A noi chiedono di indirizzare una persona verso l’autonomia, ma quando le persone sono all’interno dei progetti, come visto nel 2004 – 2008, le persone chiedono casa e lavoro. Con numeri elevati è difficile dare una risposta a tutti. Si lavora sulla conoscenza della lingua, sulla conoscenza territoriale, sul supporto legale, ma dopo non sarà facile: la crisi economica, la normativa europea che li blocca qui, anche dopo aver acquisito competenze che dovrebbero essere liberi di spendere dove vogliono e dove trovano lavoro. Piccoli progetti diffusi almeno aiutano”.
Secondo la dottoressa Consiglio “bisogna lavorare sulla consapevolezza dei cittadini, spiegando loro che queste persone sono portatrici di diritti, in fuga da guerre e persecuzioni, non in cerca di un vantaggio economico. Esistono trattati internazionali, che sanciscono dei diritti, e l’Italia li ha firmati. Ci vorrebbe molta più informazione su questo, non viene colta la differenza, non viene sentita davvero. Bisogna lavorare alla sensibilizzazione”.
Lo conferma la dottoressa Saurgnani: “Questa è la sfida del Comune per i prossimi tre anni. Questo progetto permette a Brescia di rimettersi in gioco, informando la cittadinanza. C’è tanta ignoranza sul tema, ma non necessariamente cattiveria. Una delle caratteristiche di questa amministrazione vuole essere il coinvolgimento dei cittadini, per far capire chi sono davvero i beneficiari di questo progetto. Riflettendo magari sui centri governativi, che prevedono 60 euro giorno per persona, mentre per lo Sprar la media è di 35 euro, con servizi decisamente migliori. Con assistenza sanitaria e legale, corsi di lingua e formazione professionale. C’è un abisso negli standard di accoglienza, con un notevole risparmio per le casse dello Stato. Parte delle risorse verranno investite in informazione, ripartendo dal singolo condominio, dal quartiere, con eventi e incontri pubblici con tutta la cittadinanza. Rendendo chiaro a tutti che il disagio nel quale si abbandonano in alcuni casi queste persone premono sui servizi sociali già saturi”.

   Resta da capire quanto Brescia, con il suo ceto imprenditoriale, sarà poi in grado di dare una risposta alla fine di questi percorsi di accoglienza e formazione. La Cgil di Brescia, lavora molto su questo aspetto, con uno sportello dedicato, gestito da Clemente Elia. Che non nasconde le difficoltà del territorio.
“Tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi. La crisi colpisce duro, restano in piedi le grandi attività produttive che hanno saputo tenere il passo del mercato, in particolare quello estero. Brescia ha lavorato più sulla quantità che sulla qualità, e la crisi la sente molto. Anche perché l’emergenza ambientale, penso alla Caffaro o alla A4, non aiuta la ripresa e temo che la situazione potrebbe peggiorare ancora. Tante realtà produttive come la Val Trompia o il distretto di Lumezzane, che assorbivano tantissima manodopera immigrata, perché reggevano la concorrenza comprimendo il costo del lavoro, sono in crisi. Anche perché qui è avvenuta una delocalizzazione localizzata. Non porto via l’azienda dal territorio, ma pago quanto pagherei in un altro paese. Questo lo pagano, oggi, i migranti e di riflesso i rifugiati. Perché il lavoro legittimava la loro presenza, oggi questo si complica. Il patto sociale reggeva, almeno dalle sei di mattina alle cinque della sera. Crollando l’elemento di tenuta, per quanto in sudditanza, verso lavori ormai indesiderati, la situazione si complica. Qui ci occupiamo di discriminazioni e immigrati, oltre che di rifugiati. Ci hanno definito il sindacato dei clandestini. Che succederà domani? Francamente non lo so. Rispetto ai rifugiati abbiamo attivato un ufficio ad hoc nel 1998, crisi in Kosovo, due ragazzini di 18 anni in fuga. Mancava un quadro normativo e nasce lo sportello. Il 1998 è i tempo della Turco-Napolitano, c’era un disegno sul diritto d’asilo, mai andato in porto. Restava la Legge Martelli e i trattati internazionali. L’immigrazione economica e quella politica vivevano una stagione di chiusura, in Italia e in Europa. Eravamo consapevoli che l’Italia sarebbe diventata terra d’asilo.
Questo è uno sportello aperto a tutti, collaborando con le realtà che lavoravano sul territorio, andando anche a Montecampione nel 2011, per capire cosa stava succedendo. Ci siamo messi subito in gioco. E il sindaco dell’epoca ci accusò di occuparci di clandestini stranieri e non dei lavoratori italiani, mentre noi chiedevamo solo che Brescia facesse la sua parte. All’inizio pensavano che in due-tre mesi venissero tutti rimpatriati, stile Albania 1997. Non è andata così, molti sono andati nell’Europa del Nord, ma tanti altri sono tornati, tanti hanno avuto problemi. Gli ultimi mesi, con l’avvicinarsi delle scadenze dei permessi, ha causato molti ritorni di rifugiati per i rinnovi. Manca una progettualità, ma le borse lavoro sono uno strumento interessante. I tirocini, alcune volte, portano a un contratto di lavoro, altre no, e vanno seguite con cura. Perché il confine tra il tirocinio reale, in cui impari un mestiere, e il lavoro senza contributi pagato da un altro, è molto labile. Ora è dura, questo rischio è ancora più forte. Una persona, per 400-500 euro al mese, che lavora come gli altri che prendono di più, può generare problemi. Altre iniziative invece sono molto interessanti, ma un po’ sporadiche. E vedo che funzionano quelle dove gli operatori conoscono bene il territorio. La prima responsabilità è e resta delle istituzioni, che devono fare la regia, coinvolgendo poi il privato sociale e altri attori, in delega, in accordo. Serve anche, però, una mano del ceto imprenditoriale. In un rapporto di dieci anni fa, gli imprenditori avevano previsto la necessità di ‘lavoratori freschi’, di 20-25 anni, ma senza mai pensare al prima e al dopo. Le realtà sociali sul territorio non hanno mai trovato un interlocutore tra le associazioni degli imprenditori. Le loro organizzazioni sono state alla finestra e lo sono ancora”.

Raccontare il presente


   Esperienze positive, tentativi, in mezzo a mille difficoltà. Un’antenna chiave sul territorio di Brescia è Radio Onda d’Urto, storica emittente indipendente e legata alla narrazione dei temi sociali. Il direttore, Umberto Gobbi, prova a tracciare un bilancio.
“In una città come Brescia, che conosce una grande presenza di immigrati, non c’è una tradizione di grandi arrivi di rifugiati. C’è stata l’Ena, nel 2011, ma dal punto di vista delle mobilitazioni non ci sono stati grandi momenti di vertenzialità, o di iniziativa, a differenza invece delle mobilitazioni per sanatoria e permessi di soggiorno, con Brescia spesso capofila della lotta, dall’inizio degli anni Duemila, fino alla gru, contro la Bossi-Fini e altro. Non abbiamo mai avuto iniziative specifiche per i rifugiati. Solo in questa fase finale abbiamo raccolto il retaggio irrisolto dell’Ena, una volta che con la buona uscita dei 500 euro molti son tornati in strada, se non son riusciti ad andare a nord, in altri paesi europei. C’è stata questa difficoltà nel far capire che i rifugiati non sono i parassiti che si prendono i soldi, perché questo sentivi in quei giorni, messaggio veicolato ad arte dalla destra. Per i rifugiati farsi accettare è molto più duro rispetto a chi lavora in fabbrica, perché loro erano ritenuti proprio parassiti. E’ stato difficile, a livello informativo e culturale, contrastare questo pregiudizio. All’epoca c’era una amministrazione di destra e hanno fatto di tutto per non farli arrivare in città, ma poi negli alberghi sono arrivati, il comune dell’epoca non ha partecipato all’accoglienza diffusa, per far passare il messaggio falso del rifiuto, visto che poi invece sono arrivati. Indubbiamente, rispetto ad altre città, non ha suscitato la stessa mobilitazione sul tema Ena. Sono stati anche isolati. Noi stessi, come radio, eravamo in difficoltà. Erano in strutture di montagna, lontani da tutto, con grandi difficoltà linguistiche. In altri casi, penso alla gru, siamo riusciti a creare un immaginario, compattando una comunità. In quel caso no. C’era una volontà politica di nascondere queste persone. Si è trovato il modo di porre un cordone sanitario attorno a loro. Il progetto di accoglienza diffusa e l’esperimento d’inserimento lavorativo sono strumenti di valore e possono indicare una strada, anche se non sono stati in grado di essere una risposta per tutti. Qualcuno ha avuto possibilità negate ad altri, non credo solo per l’impegno dei singoli, come sono anche convinto che manchino risorse per tutti. Resta il tavolo in Prefettura, ma resta l’idea che in certi frangenti sarebbe stato utile non contenere una protesta che esisteva, con momenti di ammutinamento tra i rifugiati, che si è tentato subito di tranquillizzare. Con l’esperienza che Brescia ha avuto nelle lotte per i diritti, forse si poteva cercare di ottenere qualcosa con un più alto livello di conflittualità. Anche tra i rifugiati ci sono divisioni, tensioni. E anche verso l’esterno, rispetto a criteri di scelta per partecipare ai progetti che vengono messi in discussione. Non è imputabile a chi non ha le risorse per fare tutto, ma è così. E’ un momento difficile, come mi raccontano anche quelli che si occupano di ex detenuti o disabili. Posti di lavoro, tanti, sono andati perduti. Per tutte le categorie e le più deboli sono molto più colpite. C’è stata poca risposta del territorio, ma il problema è generale, non mi sembra specifico. La precarietà della condizione di queste persone non aiuta a fare un percorso, perché questo aspetto spaventa chi si sente già oberato dalla burocrazia. Ma Brescia, con padroni e padroncini, ha assunto il 50 per cento di immigrati nel settore dell’edilizia, il 60-70 per cento nell’agro-zootecnico, il 30 per cento nel metallurgico e siderurgico: quando il lavoro c’era, assumevano. Sarebbe anche importante che queste persone riescano a raccontarsi e non solo a essere sempre raccontati. Da alcuni anni abbiamo anche trasmissioni affidate in toto a immigrati, ma c’è sempre il problema di fondi per dare continuità. La voce Rom, una trasmissione gestita da ragazzi senegalesi, un'altra gestita dalla comunità nordafricana. Il nostro spazio cerchiamo di darlo, perché possano essere protagonisti del loro racconto e non solo del nostro”.

La lotta per i diritti

Chi ha scelto la conflittualità della quale parla Gobbi, per ottenere il riconoscimento dei diritti dei rifugiati, è l’associazione Diritti per Tutti. La sede è nel quartiere Carmine, multi culturale, memoria migratoria, prima dall’Italia meridionale poi dal meridione del mondo. Pamela è una degli attivisti del gruppo.
“L’associazione nasce dopo l’esperienza della battaglia del 2000 con l’occupazione di Piazza della Loggia, da parte di un gruppo che già si impegnava sul tema dei diritti. Facendo anche uno sportello auto gestito, diverso da chi lo fa di mestiere, per informare le persone. Si occupa di tutti i casi di discriminazione più o meno evidenti a Brescia, fino alla lotta della gru. Quello che ci caratterizza è che assieme a dare informazioni e solidarietà, pratichiamo partecipazione per lottare per i diritti. Dall’informazione all’assistenza, fino alla denuncia e alla battaglia. Abbiamo avvocati, ma vogliamo anche spiegare perché certe cose succedono e combattere per cambiarle. Le lotte son state tante, dalle assurde ordinanze cittadine contro il cricket e il cibo nei parchi, fino alla lotta per bloccare gli sfratti. All’inizio, ai tempi di Montecampione, non li abbiamo seguiti molto, se non con qualche iniziativa di solidarietà. Poi da ottobre 2013, con il freddo, hanno iniziato a contattarci. Anche in questo caso, per certi versi, rappresentiamo l’ultima spiaggia: dopo i sindacati e le istituzioni, dopo le associazioni e i progetti, dopo le mense e i dormitori, vengono qui. Quando non trovano delle risposte. Perché sanno che se c’è da occupare una casa non ci tiriamo indietro. Alcuni venivano da altre occupazioni, hanno chiesto degli incontri, prima dieci poi venti persone. Abbiamo dato vita a una serie di riunioni, per un mese, per capire e conoscerli. Occupare una casa e andare via dopo il rinnovo dei documenti non serviva a niente, bisognava capire se c’era un percorso. Il 15 novembre abbiamo occupato lo stabile in Via Marsala, in centro, un immobile all’asta. Abbiamo scelto il Carmine per la sua storia e per la solidarietà dimostrata all’epoca della gru. Ai 15-20 ragazzi che hanno occupato si sono aggiunti altri, ma siamo rigidi, con elasticità. La casa era malmessa, bisognava valutare l’immobile vivendoci. Molti volevano venire. Ora sono trenta, che è il massimo della capienza. Chi ha rinnovato, magari parte in cerca di lavoro e cede temporaneamente il suo letto ad alti. Tutto viene gestito con una modalità assembleare, ogni lunedì sera ci riuniamo e ne parliamo. Si è arrivati a questa forma di lotta per tanti motivi. La chiusura di Ena è stata vergognosa: persone cui spettava l’aiuto e in condizioni di dipendenza, si trovano liquidati con 500 euro, che alcuni sostengono di non averli ricevuti, ma è stato difficile indagare. Il tavolo della Prefettura ha salvato i vulnerabili, ma gli altri? Sui treni, in giro, senza aver mai potuto scegliere. Sopravvissuti, al mare, alla Libia, ma ora senza una speranza. Noi non volevamo sostituirci allo Sprar. Noi possiamo accompagnarli nella lotta per i loro diritti, come quello della residenza. Noi gli abbiamo detto sempre tutto, con chiarezza, lasciandoli liberi di scegliere se aderire o meno a certe modalità di conflitto. Ci accusano di strumentalizzarli, ma ognuno sceglie. Certo la partecipazione è importante. Le occupazioni sono un percorso di lotta da fare con coloro che ne sono consapevoli e partecipi. Possiamo sostenere altre occupazioni, ma solo politicamente, noi non siamo welfare, non assegniamo alloggi popolari. Io non ho il problema della residenza. Siamo chiari nel dire che è la loro battaglia. Che diventa, in un mondo globalizzato, la lotta di tutti. Ognuno deve poter scegliere dove vivere, soprattutto se in fuga dalla guerra. Questo sistema prima li riconosce, poi li abbandona. Non vogliamo l’assistenzialismo, ci deve essere un ricambio negli Sprar, ma poi non va bene mollarli. Vogliamo chiedere conto, non puntellare il welfare. Anche perché in certi casi servono professionalità specifiche, non volontari. Sono supplenze, ma non so fino a quando basterà. A noi interessa mettere tutto assieme, persone e diritti. Va superata la Bossi-Fini, che lega il permesso al contratto di lavoro, con la militarizzazione delle frontiere. E non solo per un aspetto umanitario, ma politico, perché queste scelte ricadono anche sui cittadini italiani nel momento in cui qualcuno, ridotto alla disperazione, per sopravvivere lavora a tre euro all’ora. Non ci battiamo per buonismo, non siamo solo anti razzisti: la clandestinità ci frega tutti. L’erosione dei diritti va fermata, tutti assieme.
Rispetto a realtà che scelgono un metodo differente dal nostro non mi sento di condannare nessuno. Non ci siamo mai seduti assieme, ma ci sono contatti quotidiani. Sulla residenza vogliamo coinvolgere, per esempio, altre realtà, in una battaglia comune per arrivare a quello che è stato fatto a Torino. Altri lo fanno per lavoro, è diverso. Ma ci son battaglie comuni. Ovvio che nel passaggio dalla gestione della Protezione Civile al privato sociale tutto è migliorato, ma non puoi decidere fino in fondo all’interno di quel sistema. Il confitto, a volte, è necessario. Sono d’accordo sul contrastare un assistenzialismo fine a se stesso, ma tra 500 euro e l’abbandono e l’assistenzialismo ci sarà una via di mezzo”.

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   Il condominio occupato di via Marsala lo individui guardando in alto, come a cercare un numero civico. La palazzina sembra ben messa, anche se all’interno sono visibili i segni dell’incuria e dell’abbandono di tanti anni. Fa caldo. I ragazzi, tra i 40 e i 20 anni, sono inchiodati davanti alla televisione. L’ambiente è caldo, un riparo dal vento freddo che soffia fuori. Ma poco altro. Solo che in certe vite, caldo e freddo, tetto e pareti assumono un significato che tanti hanno potuto dimenticare: quello della sopravvivenza.
L’Associazione Diritti per Tutti è protagonista anche di un’altra occupazione, quella delle cosiddette Casette. Uno di quei luoghi sospesi delle città contemporanee, che rendono sempre l’idea di periferie tutte uguali, come se si guardasse sempre la stessa, brutta, fotografia. A Brescia chiamano Casette i vecchi prefabbricati che l’Astaldi, impegnata nella costruzione della discussa metropolitana di Brescia, aveva impiantato nel quartiere Sant’Eufemia per alloggiare i suoi operai. Grande impresa edile, sono strutture cui mancava solo l’anima per essere una casa. Servizi, riscaldamento, infissi, luce e acqua corrente. L’anima, dal 25 aprile scorso, l’hanno portata le persone – italiane e straniere - che l’hanno occupate. Perché l’Astaldi è andata ormai via, a cantiere finito, e per risparmiare il denaro della smobilitazione o per spirito civico aveva deciso di regalare queste Casette al Comune di Brescia. La precedente amministrazione ha rifiutato, così prima che venissero sbaraccate tutte, un gruppo di persone le ha occupate con il sostegno politico di Diritti per Tutti. Che organizza la gestione assembleare e comunitaria della struttura.


   Tra gli occupanti c’è Armand. Lo noti subito, non solo per la stazza imponente. Una quercia nera, che sembra a suo agio in assemblea, come fosse il luogo naturale dove stare. Un italiano fluente, una dialettica pungente.
“In Camerun studiavo Giurisprudenza e militavo nei Giovani Progressisti, una formazione politica che si batte per il cambiamento politico di un paese che da trenta anni è nelle mani dello stesso presidente, Paul Biya. Nel 2008, per l’ennesima volta, ha modificato la Costituzione per garantirsi un altro mandato. Ho preso parte alle proteste degli studenti universitari, mi hanno arrestato e malmenato, dopo il rilascio mi hanno arrestato ancora. Sono stato in carcere cinque volte, non ne potevo più. Le mie condizioni di salute, rapidamente, sono peggiorate. Per me era tempo di fuggire: grazie al passaporto di un amico, via Gabon, sono arrivato in Marocco. Ho dato la metà dei soldi che avevo per arrivare in Spagna, ad Almeria. Mi hanno portato a Barcellona, in un centro gestito dalla Croce Rossa, ho fatto richiesta di asilo ma i campi erano pieni, avevano la precedenza somali e sudanesi. Ho due figli in Camerun, volevo iniziare a lavorare, ero disperato. Grazie a un amico ho provato a venire in Italia, dove sono arrivato a gennaio 2012. Brescia, prima, poi Breno. Non avevo scelta, non potevo decidere io dove andare. Per sedici mesi sono stato nel circuito Sprar: il corso di italiano, un corso di ballo, vari laboratori. Condividevo un appartamento, ma ho avuto problemi: necessitavo di una dieta speciale, per i miei guai di salute, ma potevo sembrare un privilegiato e mi hanno spostato. Ho protestato, mi sono lamentato. Non capisco questo sistema, non lo capisco proprio. Ma perché devo essere trattato come un bambino, perché non posso fare la spesa da solo. Ho iniziato a convincere gli altri a protestare, ma sono tutti molto impauriti da tutto, silenziosi. Credo che un sistema che funzionasse per davvero, dovrebbe avere un’analisi dei casi singoli, un profilo personalizzato. Per spendere meglio i soldi, non solo per farci contenti. Con un corso di cucina non divento chef, ma se magari prendo la patente posso darmi da fare e trovare un lavoro. Vorrei essere coinvolto nelle scelte che mi riguardano, è un mio diritto. Sono fuggito per la libertà, non accetto di non essere parte delle scelte che riguardano la mia vita. Credo di aver seccato molte persone, non mi viene riconosciuta la vulnerabilità dovuta alla mia malattia. Il 25 aprile ho occupato con gli altri le Casette. Credo per i proprio diritti bisogna lottare, italiani e stranieri. Sono riuscito a far arrivare mia moglie, ma non può stare con me, perché riesco a malapena a sopravvivere con dei piccoli lavoretti e lei non può stare qui. Non capisco il senso dell’Europa per la giustizia e i diritti umani, vorrei chiedere alla Corte dei Diritti Umani perché alla protezione non viene dato un profilo personale, che permette anche a noi rifugiati di essere parte del nostro destino”.

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A caccia di futuro

   La giornata dei rifugiati che sono fuori dai percorsi di inserimento è come scandita dai pasti.
Un pranzo e una cena, la differenza tra lo stomaco vuoto e quello pieno. Una vita ridotta ai bisogni essenziali. Quelli che la Caritas prova a soddisfare, con le sue strutture, come spiega il responsabile Stefano Savoldi.
“Durante l’Ena non ero ancora qui, ma il lavoro che è stato fatto era finalizzato a dare una possibilità per il futuro. Si è data priorità all’insegnamento della lingua italiana, ma abbiamo anche aggiunto un corso di informatica. Un bilancio che non può essere positivo, per tanti motivi. In primo luogo la risposta alberghiera all’emergenza non funziona. Poi, per chi prova a fare un percorso, si incontrano enormi difficoltà: la città vive un periodo molto difficile, anche per le famiglie italiane. Un progetto di vita, di lavoro, come abbiamo tentato con l’inserimento lavorativo nell’ambito della panificazione, non è facile per i rifugiati come per nessuno. E i fondi non sono più quelli di un tempo, per nessuno. Il tavolo della Prefettura è di sicuro un buon elemento, quello va sostenuto e partecipato. Per il resto i nodi gordiani di questa situazione sono almeno tre: la regolamentazione di Dublino II andrebbe rivista, per evitare di alimentare l’illegalità, come ormai dovrebbe essere chiaro che la Bossi-Fini non funziona, diventa un elemento di accanimento burocratico, che stressa gli stranieri come gli operatori del settore, infine bisogna puntare sul terzo settore, con piccoli progetti, nei comuni. Per quanto ci riguarda si fa quel che si può: ci sono venti posti letto, divisi a metà tra italiani e stranieri, una mensa che riesce a dare più di duecento pasti, un camper che non è direttamente in capo a noi ma a un’associazione vicina alla Caritas che distribuisce cibo la sera. Anche altre iniziative, ma i problemi sono tanti e le risorse poche”.

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   Cala la notte su Brescia, una giornata finisce, calando il sipario su vite sospese e vite ‘normali’. La frenetica attività attorno alla stazione rallenta, lentamente chiudono i negozi di kebab, grandi e arredati come a Islamabad, con la televisione satellitare che trasmette pezzi di passato e di casa lontana. Chiudono i market alimentari multietnici, che ti danno l’idea di poter trovare tutti gli ingredienti del mondo, tranne la ricetta del vivere tranquilli.
Poco prima e poco dopo la mezzanotte, sui binari in fondo alla stazione, quelli meno usati, lentamente si vedono figure avanzare nella notte. Quasi tutti portano sacchetti di plastica, qualcosa da mangiare o da bere. Comincia a far freddo.
I treni sono vecchi, con le porte a scorrimento, si aprono a fatica. Ma si aprono. Le persone s’infilano veloci, in cerca di un rifugio per la notte. Italiani, tanti, e stranieri. La notte e il freddo, però, rendono qualsiasi differenza un futile dettaglio. K. è uno di loro.
Nel vagone, in lontananza, nella luce incerta della notte, si sentono voci, molti anche gli italiani. Non si vedono volti, come fantasmi.
“Vengo dalla Libia, ci vivevo da anni, da quando ero ancora un ragazzo. Non sono fiero di quello che ho fatto in Libia, ma in Niger era troppo pericoloso, con la ribellione Tuareg e i conflitti tribali. In Libia ho vissuto e lavorato, in un corpo di polizia composto da stranieri. Ricordare quegli anni è doloroso, mi occupavo di migranti come ero stato io stesso anni prima, non andavamo leggeri con loro. Era quello che ci dicevano di fare, lo facevamo, non volevamo essere espulsi nel deserto. Era per sopravvivere. Poi è arrivata la guerra, nessuno se l’aspettava. Ho dovuto combattere, mi battevo perché sentivo che sarebbe cambiata la mia vita. Alla fine ci hanno imbarcato per Lampedusa, e sono arrivato fino a Brescia, dopo lo Sprar mi son ritrovato a dormire sui treni. Credo che dovremmo lottare per i nostri diritti, io voglio lavorare, mi do da fare in un ristorante, mi trattano bene, ma i soldi non bastano mai. Ho una ferita di guerra, la gamba è compromessa. Non mi arrendo però. Credo che il senso della vita stia nel segno che lasci del tuo passaggio. Voi avete perso alcune cose, da voi i poveri si vergognano della loro condizione. Io non mi vergogno, chiedo solo di non essere invisibile”.

Brescia, febbraio 2014
 

Crediti

PRODOTTO DA AMBASCIATA DELLA DEMOCRAZIA LOCALE A ZAVIDOVICI
 WWW.LDA-ZAVIDOVICI.ORG

Progetto grafico a cura dello studio associato Itinerrance
www.itinerrance.it

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